Meccanismi d’azione

Il fluido cerebrospinale

Nel sistema nervoso centrale (encefalo e midollo spinale) vi è un liquido, chiamato fluido cerebrospinale, che garantisce un ambiente appropriato a tutte le cellule e ad ogni parte del sistema. Tale fluido viene prodotto all’interno dei ventricoli cerebrali (quattro cavità situate nella parte centrale del cervello) tramite un processo di filtrazione del sangue e rilasciato all’interno del sistema. Dopo aver circolato viene riassorbito nei vasi sanguigni grazie a strutture specializzate presenti soprattutto nelle grandi vene all’interno del cranio.

Il ritmo craniosacrale

Nel sistema craniosacrale è stato osservato un cambiamento ritmico di pressione, che può essere spiegato con un modello idraulico semichiuso, detto pressostatore. Si ipotizza che la produzione del fluido sia due volte più veloce del suo riassorbimento. Mentre il riassorbimento avviene ad una velocità costante, la produzione è intermittente, causando in questo modo un ciclico aumento e diminuzione di pressione che fa muovere il fluido. Quando il fluido viene pompato nel sistema la pressione interna aumenta fino ad un certo livello, causando l’interruzione della produzione di fluido, fintanto che la pressione decresce gradualmente ad un livello stabilito, raggiunto il quale la produzione riprende. Questo funzionamento è probabilmente controllato da un meccanismo a feed-back: quando il fluido viene pompato nel sistema, il cranio si espande ed il tessuto connettivo presente nelle suture viene messo in tensione; le terminazioni nervose qui presenti vengono eccitate e determinano l’interruzione della produzione del fluido, fino a ché un opposto segnale non viene mandato ai ventricoli per riprendere il pompaggio. In condizioni normali questo ciclo si verifica da 6 a 12 volte al minuto ed è abbastanza costante per tutta la vita.

La dura madre

Il sistema nervoso centrale è avvolto dalle meningi, una struttura di tessuto connettivo composta da tre strati. Lo strato esterno, chiamato dura madre, contiene il sistema craniosacrale e rappresenta il confine del sistema idraulico semichiuso. La dura madre è solidamente ancorata alla superficie interna del cranio, all’interno del quale si propaga per formare la falce cerebrale e cerebellare, che divide cervello e cervelletto in due emisferi, ed il tentorio del cervelletto, che lo separa dal cervello. Questi setti connettivali si inseriscono su varie ossa all’interno del cranio formando quelle che vongono chiamate membrane di tensione reciproca. La dura madre si ancora al forame magno dell’osso occipitale, da cui inizia a proteggere il midollo spinale, alla seconda e terza vertebra cervicale e alla seconda vertebra sacrale. Queste inserzioni sono responsabili dei movimenti sincroni tra occipite e osso sacro. Le ossa a cui la dura madre è ancorata vengono usate come maniglie per agire sulle tensioni delle membrane. Le inserzioni che la dura madre condivide con altri tessuti connettivi esterni spiega come ogni tensione possa venire trasmessa dall’interno all’esterno del sistema craniosacrale e viceversa, e come queste possano propagarsi in tutto il corpo.

La fascia

La fascia è un foglio multiplo di tessuto connettivo che avvolge tutte le strutture del nostro corpo, le collega e trasmette le forze da una parte all’altra del corpo. Il ritmo craniosacrale viene trasmesso attraverso la fascia longitudinale. Lungo il decorso incontra setti fasciali trasversali, i cosiddetti diaframmi, sede frequente di restrizioni: il diaframma pelvico, il diaframma respiratorio, lo stretto toracico superiore, l’osso ioide, l’articolazione occipito-atlantoidea.

Le fasi del ritmo craniosacrale

L’articolazione tra l’occipite e lo sfenoide gioca un ruolo centrale nel meccanismo delle ossa craniche ed i suoi movimenti danno il nome alle due fasi del ritmo craniosacrale: flessione ed estensione. Durante la flessione il cranio si allarga e l’apice del sacro si muove in avanti; contemporaneamente tutto il corpo si allarga e si atteggia in extrarotazione. Nell’estensione il cranio si restringe e l’apice del sacro si muove indietro; anche il corpo si restringe e si atteggia in intrarotazione.

La palpazione

La palpazione richiede da parte del terapista l’intenzione di amalgamare le mani con il corpo del paziente, in modo che queste possano compiere gli stessi movimenti dei tessuti con cui entra in contatto. Così facendo, il terapista può stimolare e sostenere i processi autocorrettivi del paziente. Le tecniche manuali utilizzano forze leggere, sono delicate, non invasive e per lo più indirette. Quando il terapista incontra una restrizione ne segue i movimenti, oppure vi si oppone, fino a percepire i segni di un rilasciamento. Nella palpazione si considerano quattro parametri: simmetria, qualità, ampiezza e frequenza. Una bassa frequenza può indicare uno scarso livello di vitalità dell’organismo, mentre una frequenza alta può essere segno di un processo patologico in corso. Un ritmo ristretto o asimmetrico può aiutare ad individuare una disfunzione di qualunque tipo nel paziente.

Restrizioni e disfunzioni

Le restrizioni che si vengono a creare nel movimento delle strutture craniosacrali possono  influenzare negativamente la circolazione del fluido cerebrospinale e determinare pressioni anomale all’interno del sistema. I sintomi riconducibili a tali disfunzioni possono essere molto vari e riguardare tutte le funzioni dell’organismo. Le disfunzioni del sistema cranioscarale possono avere origini fin dall’età fetale e dal momento del parto, qualora questi processi non si compiano in maniera ottimale. In tal caso può essere utile intervenire manualmente fin dalla prima infanzia. Successivamente ogni azione traumatica può generare direttamente o indirettamente disfunzioni nel sistema craniosacrale che si riflettono sull’equilibrio dell’organismo.